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Fever.

Matematica, una funzione, che non era più la domenica delle spalle, della testa e di quel poco di attenzione che il calore ti bussava dall'interno - e poi la delega dei desiderata e della farmacia sciolta in un bicchiere di benevolenza senza ritmo, senza lancette e molta conversazione - forse oramai il gioco della palla e del legno con il domestico animale e la traduzione in finta organizzata della mezzala esperta che prova e riesce, e tutto questo al mattino quando scendeva e tu con lei scendevi le scale ma, appunto, senza delega alcuna possibile, dicendola un banalissimo allenamento all'emergenza e all'organizzazione primaria, radicale.
E tanto per esagerare, concerti da tavolo, a volume sussurrato, io e te qui, sempre e soltanto per non...

 

Sunday.

Passava di mattina - era così - come a decomprimere le spalle, la cucina e i passi del passeggiare poco, magari il sole e organizzare una giornata di te, che poi smise e a seguire solo convalescenza e ferro, questo, che la direzione a quel punto la indicavi tu a te in forma di cose da fare, da lavorare meglio senza rapsodie, andare, parlare ecc. Una nuova disposizione dei pianeti che incuriosiva, che in fondo in fondo credevi di averla composta tu senza pigiama fino alle 10 e colazioni pronte, e ti era sufficiente, ti era sufficiente chiamarla con lo stesso nome ma una fisionomia diversa. Sorridevi, a volte volevi tornare e così via.
Poi che fosse un antidoto alla crisi biografica, internazionale, on Sunday 7.30 PM, Sweet Georgia e un bicchiere, non era poi così tanto da dimostrare.

 

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